Bitcoin bloccato in Cina: stop con calo del 9%

Il Bitcoin non trova pace e dall’estremo oriente arriva uno stop che frena bruscamente i mercati. Vediamo cosa sta succedendo.
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Il Bitcoin continua a far notizia. Stavolta però il fulcro delle discussioni non è una sua impennata, ma un veloce andamento al ribasso. La valuta digitale ha subìto uno stop in Cina, tanto che miners e i crypto-investitori sono rimasti a guardare il giro di vite, operato dalla stanza dei bottoni di Pechino.

Bitcoin bloccato in Cina: stop con -9%

La settimana finanziaria ha registrato alla sua apertura un calo del 9% in relazione al Bitcoin. La valuta digitale dopo il balzo in avanti che le aveva fatto toccare il 40 mila dollari, ha visto aprirsi un improvviso baratro. Le notizie provenienti dalla Cina hanno messo in ginocchio la valuta digitale. Il fulcro della questione cinese sarebbe da individuare sul grande dispendio di energia che gli viene imputato. Il dito governativo è puntato sui super computer utilizzati dai miners, nelle loro operose farm.

Come è ben noto a tutti i processi riguardanti la generazione di bitcoin e il loro accumulo, avvengono sotto forma digitale. Ciò comporta l’impiego di hardware super potenti, e avanzati.

Miners verso l’esodo?

La Cina è il primo Paese al mondo per estrazione di Token, pertanto è lecito il clima di grande preoccupazione intorno al futuro delle criptovalute, provenienti dall’Estremo Oriente. Il Governo cinese ormai ha assunto un obiettivo di rispetto nei riguardi del nostro clima, e non cede di certo ai grandi consumi di elettricità. L’assorbimento energetico derivante dalle farm parrebbe il grande problema cinese, che sta viaggiando a livelli superiori di Paesi quali la Svizzera e la Finlandia.

A tal riguardo in difesa dei miners sono stati indicati anche recenti studi in cui l’energia utilizzata abbia una componente pari al 39%, derivante da fonti rinnovabili. Ma a quanto pare tale dato è servito a ben poco.

Gli osservatori di tutto il mondo si stanno interrogando in queste ultime settimane sulla futura allocazione dei miners, prevedendo un possibile vero e proprio esodo. Dopo che questi erano stati banditi nell’area di  Sichuan, a qualche settimana di distanza anche le provincie di Qinghai e Yunnan li hanno messi alla porta. Non da meno è stata la regione regione dello Xinjiang che ha reso impossibile le operazioni delle farm.

Una destinazione molto appetibile si potrebbe indicare nello stato americano del Texas. Qui a quanto risulta i costi dell’energia elettrica sono abbastanza contenuti rispetto che in altre location, tanto da rendere il Pese appetibile ai prossimi crypto-emigranti.

Tesla rilancia, ma le banche frenano le transazioni

Tra le news che avevano contribuito ad un rilancio del bitcoin c’è stato nei giorni scorsi anche la mossa di Elon Musk. Il fondatore di Tesla aveva rilanciato un reintegro della cryptovaluta, tra i metodi di pagamento preferiti da Tesla. Con un tam tam di tweet c’è stato addirittura un nuovo imput al buy di bitcoin.

Ora però anche le transazioni in cryptovaluta stanno rischiando grosso, in Cina. A quanto pare ad essere in serio pericolo in Cina non sono solo le operazioni di mining. Anche le banche stanno facendo eco alla serrata verso i bitcoin. I maggiori istituti di credito e il servizio di pagamenti digitali Alipay, hanno comunicato l’intenzione di bloccare tutte le transazioni in cryptovaluta. Si tratta di una messa in atto delle indicazioni fornite dalla Pboc, a cui dovranno attenersi, malgrado il dissenso dei propri clienti.